DISCORSO PRONUNCIATO DA CECCOLI SILVANO COORDINATORE DEI COMUNISTI ALTA VALTREBBIA SABATO 24 APRILE 2010, A TORRIGLIA, AL MONUMENTO DEL COMANDANTE PARTIGIANO BISAGNO
Care cittadine e cittadini, care compagne e compagni,
oggi siamo venuti in questa piazza di Torriglia, dove c’è il monumento del Comandante Partigiano “Bisagno”, per ricordare la Resistenza che in questa zona dell’Alta Val Trebbia ha visto cadere su queste montagne decine di suoi figli, morti per la libertà del nostro paese. In questa zona la Resistenza Partigiana ha pagato un alto prezzo di sangue per la libertà e la democrazia. Come è ricordato in una lapide che si può leggere appena attraversato il tunnel della Bufalora, a pochi km da questa piazza, dove siamo ora noi, vi è scritto “….qui inizia la Val Trebbia / che fu teatro / di dura lotta partigiana / combattuta dai reparti / della VI Zona Operativa / appoggiati da queste popolazioni / in fraterna solidarietà / contro l’invasore straniero / ed il traditore fascista / sede della prima / Repubblica partigiana ligure / vide il sangue di mille caduti / sparso per la libertà / l’indipendenza ed il Progresso”. Questa vallata rappresentava gran parte della Repubblica Partigiana di Torriglia, che era così denominata per l’importanza e la notorietà che aveva già allora il centro abitato di Torriglia. In realtà il paese occupava l’area a ridosso del confine meridionale di questa Repubblica partigiana e, non a caso, i partigiani menzionati dal compagno Fabio, nell’intervento precedente, erano morti a difesa della frontiera di questa repubblica, che aveva nel paese di Fascia la principale sede operativa del Comando Partigiano, a Rovegno le carceri e il presidio infermieristico, ospitati nel palazzo della colonia, a Gorreto la sede del tribunale e a Bobbio la stamperia da dove usciva il giornale dei partigiani che informava su ciò che stava avvenendo in Italia e nella vallata. Questa zona era off limits per i nazi-fascisti. Difatti i fascisti e i tedeschi avevano collocato, lungo le strade di accesso all’Alta Val Trebbia, per chi proveniva da Genova, dei cartelli con scritto Actung Banditen, e sulle mappe militari tedesche questa vasta area partigiana era definita Banden Gebiet, cioè zona in preda ai briganti e ai banditi, come erano solitamente definiti da nazi-fascisti tutti coloro che combattevano con le armi in mano per la libertà. I partigiani che diedero vita a questa Repubblica partigiana erano così ben organizzati, disciplinati e godevano di un forte sostegno popolare che sorpresero il Colonnello Peter Mac Mullen e il Maggiore Basil Davidson, ufficiali inglesi paracadutati sulle pendici del monte Antola, nel Gennaio del 1945, ospitati in case di contadini nei villaggi di Foppiano e Pietranera. Il Maggiore Davidson narrò i fatti della guerra partigiana in Val Trebbia in un libro intitolato “L’alta Via n. 45” (La Statale 45 è l’arteria che percorre da Sud a Nord tutta la Val Trebbia, collegando Genova con Piacenza) e in un Convegno che si tenne a Genova nel 1985, in occasione del quarantennale della Resistenza. In entrambe le occasioni il maggiore Basil Davidson affermò senza esitazione che la Resistenza che gli ufficiali inglesi incontrarono nell’Alta Val Trebbia era molto più forte e meglio organizzata di quanto le informazioni in loro possesso avevano fatto credere. Davidson scrive: “Avevamo trovato una Resistenza unita e forte”. Dobbiamo dire che la Resistenza fu grande su questi monti perché poteva vantare di uomini integerrimi, onesti e leali come il Comandante Bisagno, che proprio per la sua alta eticità noi, comunisti, vogliamo ricordare ed esaltare per portare ad esempio alle giovani generazioni, lui, Aldo Gastaldi, che non era neppure un comunista, ma che con la sua rettitudine morale, civile e democratica a diritto rappresenta tutta quella umanità che, con mille difficoltà, ha saputo tener testa ad un esercito preparato e moderno come quello della Germania di Hitler, e per la propria lealtà e onestà ha saputo guadagnarsi il sostegno della gente semplice di questi monti. La carica ideale, l’onestà, la forte tensione etica e l’impegno civile che hanno animato uomini come Aldo Gastaldi Bisagno rappresentano la discriminante, la netta linea di demarcazione che distingue tutti coloro che hanno preso parte alla Resistenza Partigiana da tutti gli altri, che stavano dall’altra parte della barricata. Per questo motivo noi non crediamo sia possibile, neppure oggi dopo 65 anni e più da quei fatti, stabilire una equiparazione tra i due schieramenti in campo, perché, anche se è vero che in entrambi gli schieramenti vi erano giovani italiani, a noi piace ripetere le parole che disse una volta il nostro amato Presidente Sandro Pertini: “Il fascismo non si deve considerare una fede politica come le altre, perché il fascismo è per sua natura la negazione di tutte le fedi politiche, in quanto ne è l’oppressore delle fedi altrui”. E quindi non si può dare legittimità a chi vuole negare tutto il resto. Invece, in Italia, da un po’ di anni assistiamo ad un revisionismo strisciante che ha dato legittimità al fascismo e ai suoi fautori, ed è anche per questo motivo che noi comunisti ci troviamo qui noi da soli a commemorare un non comunista come Bisagno, perché non vogliamo nessuna falsità e respingiamo al mittente qualsiasi tentativo di rileggere la storia del nostro paese in termini di oggettiva presa di distanza, quasi a voler mettere sullo stesso piano torturatori e assassini efferati come i nazi-fascisti, con quei giovani partigiani che hanno sacrificato la propria vita per affermare il diritto, la democrazia e la libertà, contro la dittatura, la sopraffazione e la barbarie. Se siamo davanti a questo monumento da soli a deporre una corona di fiori, come comunisti, è perché ripudiamo qualsiasi riconoscimento e legittimità a coloro che hanno combattuto a fianco dell’invasore nazista per imporre con l’orrore e la violenza il loro scellerato ordine politico. Se siamo qui a commemorare Bisagno, in quanto comunisti legati ad una profonda eticità della vita e dell’agire politico, è perché crediamo che figure come Bisagno siano da monito alla attuale casta politica italiana, fatta di privilegiati autoreferenziali, che da tempo hanno gettato alle ortiche il patrimonio culturale e civile che avevano saputo portare avanti gli uomini che avevano fatto la resistenza. Questo gioco di allontanamento dai valori della resistenza è iniziato dal principio con lo sdoganamento di “Alleanza Nazionale” portato avanti da Berlusconi e con la legittimazione dei neofascisti come nuova forza “democratica”, chiamata a partecipare alle massime cariche della Repubblica, con Fini presidente della camera e con vari ministri e sottosegretari. Ogni anno che passa si estende e si intensifica l’ondata di revisionismo storico che tende a rivalutare vari aspetti del fascismo e a denigrare ed infangare la Resistenza. Aveva cominciato il Signor Luciano Violante a riconoscere i presunti “valori” per i quali erano andati a combattere “i ragazzi di salò”. Da allora si è andati avanti con un crescendo di menzogne storiche e di attacchi all’antifascismo e alla guerra partigiana. Ne ricordiamo solo alcuni: la sostanziale riabilitazione di Mussolini e della Repubblica Sociale; il tentativo di mettere la falce e il martello, simbolo glorioso della volontà socialista di riscatto del lavoro sullo stesso piano di macabri simboli nazisti come le svastiche e le croci celtiche; l’addebitamento della strage delle Fosse Ardeatine ai gappisti romani che compirono l’operazione di guerra di Via Rosella (come ha riconosciuto recentemente il Tribunale Militare, mettendo a tacere tutte le menzogne confezionate dal revisionismo di destra e di sinistra); il progetto di legge presentato in parlamento per equiparare i partigiani ai membri delle brigate Nere e per la corresponsione ad entrambi di un “vitalizio” in qualità di “combattenti”.
Il 10 Febbraio dell’anno scorso si è “celebrato”, in un fiume di retorica patriottarda, la cosiddetta “giornata del ricordo” delle foibe e dell’esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Si è taciuto che le responsabilità di quegli avvenimenti fu del regime monarco-fascista che dominò con violenza l’Italia dal 1922 in poi. Si sono dimenticate l’occupazione fascista della Slovenia e dei Balcani dal 1941 al 1944, le aggressioni e le stragi di civili inermi compiute dall’esercito regio italiano e dalle camice nere fasciste che insanguinarono in modo spropositato le popolazioni della Jugoslavia negli anni dell’occupazione militare. Si è dimenticato che, ancor prima dell’invasione della Jugoslavia, il regime fascista aveva compiuto in Istria una violenta opera di snazionalizzazione nei confronti della popolazione di lingua slava e di tutto ciò che non era “italiano”. Si sono completamente dimenticati i lager fascisti costruiti dal fascismo italiano in Jugoslavia, quando l’attuale Slovenia fu occupata e annessa all’Italia, e circa 30.000 cittadini di nazionalità slovena furono deportati e rinchiusi in una quarantina di lager italiani, il più duro e crudele dei quali fu quello ideato dagli italiani sull’isola adriatica di Arbe, nel quale furono fatti morire di sete e di fame oltre 4000 sloveni, per lo più bambini, donne e anziani. L’isola di Arbe è nota per essere stata la patria natia di colui che nei primi secoli della nostra era aveva fondato sul monte Titano, alle spalle di Rimini, quella che diventerà la Repubblica di San Marino.
In un clima, come quello che stiamo vivendo, gruppi neofascisti, o neonazisti, come Forza nuova e Casa Pound, aprono covi nelle città d’Italia e compiono raid squadristi contro immigrati, omosessuali, centri sociali e sedi di sinistra.
Anche quest’anno il 25 Aprile darà occasione a stanche cerimonie ufficiali, che, all’insegna della riappacificazione patriottarda, cercheranno di offuscare, far dimenticare e occultare ai giovani che non ignorano, che cosa sia realmente stato il movimento di Resistenza e di liberazione dal nazifascismo.
L’obiettivo politico generale del movimento di liberazione – nelle sue componenti più avanzate – non fu soltanto quello di cacciare i nazisti dall’Italia e riconquistare le libertà democratiche distrutte dalla dittatura fascista, ma quello di estirpare per sempre le radici economiche e politiche del fascismo e creare le premesse di un profondo rinnovamento della società e dello Stato. Fondamentale fu, durante la Resistenza, il ruolo dei partigiani comunisti nelle Brigate Garibaldi, di cui Bisagno era un comandante, nei gap e nella creazione delle zone liberate di Repubbliche partigiane democratiche.
La Valsesia garibaldina, la Repubblica di Montefiorino, nella provincia di Modena furono le prime due zone stabilmente liberate dai partigiani, e, dopo di esse, nacquero la Repubblica della Valdossola, in Piemonte, la Repubblica di Torriglia, la zona libera della Carnia, in Friuli. Anche nella Repubblica di Torriglia, come nelle altre repubbliche partigiane, i comitati dei partigiani uscirono dalla clandestinità e diedero vita a poteri popolari locali, creando una democrazia popolare ben diversa, non solo nelle speranze, ma anche nelle realizzazioni concrete dalla democrazia borghese dello Stato Italiano che si andò consolidando dopo la Liberazione e che vive oggi la sua fase degenerativa. Al pari delle altre esperienze anche la Repubblica di Torriglia, che, detto per inciso, fu quella che durò più a lungo e che aveva forse il territorio più esteso di tutte le altre, conobbe organi politici di autogoverno popolare: i Comitati di Liberazione locali, le Giunte Popolari Comunali, i Tribunali Popolari (quello della Repubblica di Torriglia era situato a Gorreto), che svolsero tutta una serie di compiti e attività concrete come la organizzazione della produzione locale, revisione dei ruoli delle imposte, risarcimento infortuni sul lavoro, controllo dei prezzi e lotta al mercato nero e alla speculazione, punizione dei traditori e delle spie fasciste .
Le repubbliche partigiane, col potere affidato ai Comitati di Liberazione nazionale o direttamente agli eletti di tutta la popolazione furono vere e proprie scuole di democrazia popolare, una democrazia nuova che nasceva dal fuoco della lotta ed esprimeva la volontà che, dopo la liberazione di tutto il territorio nazionale, non risorgessero più i vecchi istituti compromessi con il fascismo, ma potessero nascere strutture istituzionali che mettessero il potere nelle mani delle masse popolari. In queste repubbliche per la prima volta nella storia del nostro paese le donne acquisirono il diritto al voto, ancor prima che fosse sancito dalla Costituzione. In tal modo, seppure nella loro breve vita, le repubbliche partigiane anticiparono molte innovazioni progressiste che si realizzeranno con il dettato costituzionale, realizzato tenendo fede a quegli ideali di giustizia, equità e democrazia che avevano animato gli uomini che hanno fatto la Resistenza. Purtroppo delle esperienze delle repubbliche partigiane non si parla assolutamente e nell’oblio è finita anche la Repubblica partigiana di Torriglia, offuscata dal revisionismo emergente che preferisce creare casi, scoop di tipo scandalistico che nulla hanno a che fare con la verità storica, ma che ben si addice alla macchina di propaganda di una destra che non ha remore a definirsi erede legittima della dittatura del ventennio. Anche sulla morte di Bisagno, avvenuta a causa di un incidente, durante il ritorno a casa, dopo aver consegnato gli alpini della Monterosa che erano passati a combattere nelle fila dei partigiani e che lo stesso Bisagno si era impegnato personalmente di accompagnarli alle loro case a guerra ultimata, il tarlo del revisionismo storico e politico ha speculato subodorando l’idea che sia stato ucciso dai suoi compagni di fede comunista, ostili ideologicamente alla sua persona in quanto non comunista. Ma questa teoria non sta né in cielo, né in terra, perché chi la sostiene ha dovuto fare una forzatura storica, anacronistica, applicando agli uomini della Resistenza categorie politiche che sono tipiche dell’epoca della guerra fredda, ma che all’epoca della morte di Bisagno non esistevano ancora. Ciò dimostra che questo tipo di leggere la storia, tipico di un neorevisionismo moderno oggi imperante nella pubblicistica popolare e di maggior diffusione, è fatto solo per gettare fango sulla Resistenza, sui partigiani e sui comunisti, occultando l’esistenza di una coesione militante, profondamente etica, ancor più che ideologica, che era alla base dell’unità tra tutti coloro che presero parte alla Resistenza, indipendentemente dal proprio credo politico personale. Bisagno ha rappresentato, forse più di altri, il rigore etico che animava la Resistenza. Proprio lui, cattolico, che si pone al comando di una brigata partigiana composta a stragrande maggioranza di comunisti, rappresenta quell’unità e quell’unicità della Resistenza Partigiana, che può essere definita Guerra di Popolo, anche se i combattenti comunisti erano certamente la parte più numerosa. Bisagno, come ho già accennato precedentemente, rappresenta quella profonda eticità che ha animato coloro che hanno fatto la Resistenza partigiana che è la discriminante principale che li differenzia dai nemici nazifascisti, i cui comportamenti personali, l’abuso di potere, il godimento per il male inflitto e il mito della violenza ne mostrano la totale diversità morale e che fa della Resistenza partigiana non solo un semplice movimento armato di liberazione nazionale, che vuole liberare il proprio paese dall’invasore e dai suoi alleati interni, ma una vera e propria riscossa civica e culturale, tesa ad estirpare il fascismo e i suoi falsi miti della violenza, della razza e della forza, per dare vita a una repubblica democratica popolare, con una costituzione avanzata, dove si dica no alla guerra come mezzo per redimere le contese tra stati. Per creare un paese migliore, dove si potesse vivere maglio e più liberamente. Questa è stata per noi comunisti la Lotta di Liberazione Partigiana, che va sotto il nome di Resistenza, portata avanti da uomini della statura morale di Bisagno, che noi vogliamo ricordare, commemorare e portare come esempio per le future generazioni d’Italia.
Questo è il 25 Aprile che noi comunisti, marxisti-leninisti dell’Alta Val Trebbia vogliamo ricordare, contro l’ipocrita pacificazione, contro il neorevisionismo di destra e di sinistra, contro la destra al governo che vuol cancellare la festa e il ricordo:
ORA E SEMPRE RESISTENZA!
Ceccoli Silvano
Coordinatore del gruppo Comunisti Alta Val Trebbia
Consigliere Comunale del Gruppo Comunista
nel Comune di Montebruno